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L’era della nuvola

Lo leggo dopo
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27/02/2012
Derrick De Kerchove

Abbiamo già conosciuto Derrick de Kerckhove all’evento di lancio di CloudPeople.

Le sue intuizioni ci erano sembrate così illuminanti, che abbiamo deciso di contattarlo nuovamente per chiedergli di farci capire ancora meglio.

 
 
 
 

A Milano Lei ha parlato del cloud come di un “ambiente cognitivo di accelerazione di tutte le relazioni”. Può essere considerato anche come un acceleratore in termini cognitivi? Cioè, in prospettiva, questo strumento potrebbe influenzare e quindi modificare il nostro modo di pensare? E in che modo?

Ciò che intendevo dire è che con il cloud si sviluppa pienamente la “mente aumentata”, tappa attuale di maturazione della rete. La storia della rete, del resto, ha sempre confermato questo continuo aumento delle capacità cognitive dell’utente, prima con l’ampliamento e la velocità delle connessione (Internet), dopo con la distribuzione locale e globale dei contenuti (Web), e ancora, con la scoperta e lo sviluppo delle potenzialità relazionali del web (Web 2.0).

La tappa attuale con il cloud è di portare insieme, a disposizione dell’utente, non solo dati e informazioni, ma anche i vari sistemi di trattamento intelligente di queste informazioni. Si può affermare che alla memoria aumentata si aggiunge l’intelligenza aumentata. La tendenza particolare del cloud è la convergenza di tutti modi pertinenti di processing.

La tendenza contemporanea e complementare del cloud è Twitter, che invece offre il massimo di divergenza all’interno della grande nuvola di Internet. Si tratta veramente di movimenti complementari di sistole e di diastole nelle tecnologie della rete. Tra loro gli impatti cognitivi principali sono da una parte l’esternalizzazione sempre più potente delle pratiche cognitive psicologiche su schermo e, di conseguenza, la dipendenza sempre più forte in rete di operazioni cognitive tanto individuali che corporative; dall’altra una libertà sempre maggiore d’innovazione. Di fatto è già cambiato il modo lineare di accedere all’informazione passando ormai a una pratica ipertestuale dei contenuti e dei processi (e alla loro domanda).

Proviamo a fare un’equazione ormai attuale: ipertestualità 5.0 + 3D + Cloud. Che cosa può venir fuori?

Il 3D fa parte di quello che ho chiamato “immaginario oggettivo”: l’esternalizzazione della facoltà di creare immagini nel nostro pensiero. Già dall’inizio con il cinema, e poi con la televisione, la gente ha preso l’abitudine di sostituire il contenuto della propria mente con quello di qualche schermo. Il 3D rinforza questa tendenza creando condizioni ancora più vicine alle operazioni mentali. La prossima tappa di questo trend sarà il contatto diretto dalla mente con lo schermo, come si vede già nei giochi interattivi del tipo e-Motiv.

Il cloud computing si profila ormai potenzialmente come l’ambiente cognitivo di operazioni direttamente condotte dalla mente dell’utente attraverso qualche tipo d’interfaccia neurale. Una realizzazione sempre più vicina al concetto di mente aumentata.

Convergendo con questo, l’ipertestualità 5.0 offre l’accesso libero a tutti i contenuti pertinenti. Può essere quella che deriva dall’uso di un sistema evoluto (html 5.0) che porta l’ipertesto a una rivoluzione semantica e strutturale (passando da tanti “idioletti” della rete a un grande “dialetto” comune) dove il cloud diventa questo ambiente cognitivo di accelerazione che crea una memoria “total surround”, facilmente disponibile e sempre aggiornata.

L’unione di tutte queste caratteristiche potremmo vederla come la naturale evoluzione di quello che chiamo l’Era del Tag, cioè il modello di produzione di sapere che è ancora vincolato a limiti fisici nella costruzione della conoscenza e permette di definirla ed espanderla tramite etichette (tag). Siamo ancora in piena era del tag, ma la prospettiva di un immaginario oggettivo in cui lo spazio diventi una dimensione sensibile con caratteri semantici di navigazione e capace di farci esternalizzare ancor di più le nostre pratiche cognitive segna un cambio di paradigma nella comunicazione.

Il cambio di prospettiva parte già dal corpo, che sta diminuendo la sua estensione mediante protesi (il mouse è sostituito ormai dalla mano nella diffusione sempre maggiore di tablet smartphone) mentre avviene un accrescimento cognitivo delle sue capacità di relazione con il mondo. Il potenziamento ulteriore degli strumenti cognitivi mediante queste tecnologie (3D, Ipertesto 5.0 e cloud) segna non solo il percorso personale della dimensione extracorporale che la mente sta assumendo, ma anche la sfida commerciale che potrebbe nascere e portarci a uno stadio in cui, parafrasando un famoso video di Mike Wesch, “the interface is using us”.

E aggiungendo a questo anche l’intelligenza artificiale?

Ma l’intelligenza è sempre artificiale, è sempre un prodotto di tecnologie usate per praticare l’intelligenza, tanto dentro che fuori dal corpo, tanto tecnologica che organica.

Artificiale al modo di Hal in 2001 di Stanley Kubrik, o semplicemente al modo del pensiero di un qualsiasi lettore, già condizionato a una determinata pratica di pensare. Detto questo, l’intelligenza della rete, collettiva e piuttosto connettiva, è per forza inclusa nel cloud.

In quali settori è più urgente applicare tecnologie cloud in Italia?

Educazione e formazione, editoria, amministrazione pubblica e evidentemente impresa.

Per la scuola, i ragazzi non dovrebbero più comprare o portare libri, ma solo avere il diritto a leggerli sui loro computer.

In America praticamente tutti gli studenti a tutti livelli portano i computer con loro in classe. In generale fanno tutt’altro che ascoltare il professore.

Devo confessare che sono piuttosto d’accordo con gli studenti che dicono “perché perdere tempo prezioso a seguire completamente corsi generalmente ripetitivi e pleonastici”. Applicato all’educazione, dando accesso a tutti contenuti pedagogici e all’opportunità di collaborare a distanza con strumenti sofisticati, il cloud potrebbe cambiare tanti aspetti nell’insegnamento! Però non si sa se questa priorità può essere anche quella dei fornitori di servizi.

Di certo un netto cambiamento nel mondo dell’editoria, che sta già avvenendo, porterà a ridefinire il ruolo della produzione e il cloud rappresenta una prospettiva che potrà agevolare soluzioni interessanti per il mercato: abbattimento dei costi di stampa, maggiore diffusione e capillarità dei prodotti, aggiornamento delle edizioni, User Generated Knowledge per il settore della ricerca, ecc.

La pubblica amministrazione è uno degli altri ambiti dove alcune applicazioni del cloud potrebbero trovare consenso, in un’ottica di digitalizzazione ed esternalizzazione delle risorse che in Italia è urgente da alcuni anni, e che potrebbe beneficiare di riduzione di costi, flessibilità e diversificazione. Le amministrazioni sarebbero più dinamiche, seppur con alcuni vincoli legati ai rischi del cloud dove si trattano grandi quantità di dati riservati (il garante della privacy ha già offerto delle linee guida in merito).

L’industria è l’altro grande segmento che potrebbe beneficiare del cloud in Italia: considerata la crisi economica, alcuni aspetti come la riduzione dei costi di servizio, la possibilità di adottare politiche di resource pooling e scalabilità delle infrastrutture online possono aiutare a sostenere alcune fasce di mercato.

Il suo augurio al “popolo del cloud”?

La vera urgenza, cari CloudPeople, soprattutto in Italia, è cercare di far capire quali sono i vantaggi e le prospettive che il cloud offre, altrimenti il rischio è che, rubando una battuta a Steve Jobs, si pensi che il cloud sia solo un hard disk tra le nuvole.

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