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Community cloud: quando la Pa guida il territorio

Lo leggo dopo
nova 24
03/04/2013
Alessandro Longo

Regione Marche, Provincia di Lecco, Regione Toscana, il Tesoro… Si moltiplicano gli esempi del fenomeno “community cloud”, anche in Italia.

Sebbene siamo ancora agli inizi e manca un’organicità nazionale in questi progetti – sarà compito dell’Agenzia per l’Italia Digitale realizzarla -, i primi segnali sono incoraggianti. Secondo la definizione del Politecnico di Milano, la community cloud è quando “una organizzazione pubblica (Ente attuatore) progetta e realizza alcuni servizi centralizzati e standardizzati e li eroga ad una serie di altri Enti della PA”.

Il vantaggio principale è che l’ente attuatore rende più organico e unificato l’It pubblico, che ora in Italia è estremamente frammentato in 4 mila server, dotati spesso di hardware e software obsoleti (a quanto stima il Politecnico). Maggiore organicità significa che un ente centrale (regionale, provinciale o, in futuro, lo Stato) tiene tutti i server e dà accesso cloud alle Pa locali. Ne derivano risparmi sull’IT e maggiore efficienza, visto che così le Pa locali potranno erogare al cittadino e utilizzare al proprio interno un maggiore livello di servizi digitali.

Ci sono tre forme di community cloud.

Consorzio: aggrega piccoli enti per mettere a fattor comune risorse e realizzare servizi. Lo scopo principale è ridurre i costi. I fruitori hanno un controllo diretto dell’attuatore e ne influenzano le decisioni, “anche se condividono con meccanismi decisionali allargati e concertativi che possono pregiudicare la soddisfazione delle esigenze specifiche”, spiega Mariano Corso, responsabile dell’osservatorio cloud del Politecnico.
In-house “regionali”: aggregano la domanda e promuovono iniziative sistemiche. I”n questo caso il controllo dell’ente attuatore è più diretto, almeno da parte del cliente principale,anche se spesso di difficile efficacia rispetto a logiche aziendali improntate a modelli manageriali propri del settore privato”.

Organi del Governo centrale: erogano servizi specifici pensati centralmente per rispondere alle esigenze di un gran numero di enti. “In questo caso, dovendo erogare servizi standard, mancano quei meccanismi partecipativi che possono rendere più accettabile da parte degli enti l’adozione dei servizi erogati e la rinuncia alle proprie specificità”.

Fin qui la teoria. In Italia molto si sta facendo soprattutto per centralizzare nelle regioni i sistemi sanitari. La Regione Marche a dicembre ha inaugurato un cloud privato (interno), con la partnership tecnica dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e un finanziamento di 246mila euro. Primo passo per realizzare, con un bando di gara ora in corso “una Nuvola federata pubblico-privata, a cui si colleghino comuni, Asl, farmacie, medici di famiglia e altri soggetti privati”, dice Serena Carota, dirigente servizi informatici della Regione. In questo modo la Regione fornirà dal 2014 la ricetta elettronica, che richiede la coordinazione di vari soggetti (ed è più facile ottenerla se sono tutti sotto la stessa Nuvola). Ma ci saranno qui anche vari servizi eGovernment a livello centralizzato (per esempio, la visura catastale sarà accessibile da una piattaforma unica, anziché sui singoli siti comunali).

Adesso sta procedendo a una centralizzazione dei servi sanitari del territorio anche la Regione Toscana, tramite il recente datacenter cloud Tix, con 900 server, costato 8 milioni di euro più 22 milioni di euro per la gestione.
La Provincia di Lecco invece ha adottato sulla propria cloud un applicativo di posta e quindi ha aperto la Nuvola all’esterno. Adesso 57 Comuni della Provincia possono così usare lo stesso servizio di posta centralizzato e standardizzato.

Il Tesoro ha una formula simile: cloud privato che apre a terze parti. Al proprio interno lo usa per disaster recovery, servizi in mobilità,file sharing, firma elettronica. Ma intende usare il proprio cloud anche per fornire servizi di sicurezza bancaria.

Come si vede, la cloud community può essere estesa anche a privati. E’ un’idea anche della Regione Marche, che metterà sulla Nuvola open data sommati agli open service. Le aziende potranno quindi trovarvi i dati della Pa, con cui creare applicazioni (per turismo, trasporti, beni culturali), e poi mettere anche queste sul cloud della Regione.

Tante iniziative e finora quello che manca è un livello superiore di organicità, di tipo nazionale. Alcuni servizi base, come quelli per la comunicazione, possono anche essere centralizzati con un cloud statale. E’ l’obiettivo dell’Agenda Digitale Italiana e in particolare della neo costituita Agenzia. Uno dei primi passi è fare un’Anagrafe unica nazionale (su un datacenter), si prevede a regime nel 2014, come voluto dal decreto Crescita 2.0. E’ in uscita a giorni, inoltre, un bando per il primo datacenter nazionale statale che eroghi servizi via cloud alle Pa. Insomma, anche l’Italia va verso la centralizzazione dell’It, lasciando agli enti locali solo alcuni servizi specifici, e il cloud sarà lo strumento di questa trasformazione. Ma ci vorranno anni per superare le resistenze e le frammentazioni localistiche.

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